Alberto Acerbi ha preso di mira una delle grandi paure associate ai media digitali: la disinformazione online. Partendo dal celebre caso della Guerra dei mondi di Orson Welles (il cui presunto panico di massa fu in larga parte costruito a posteriori) ha mostrato come ogni nuovo mezzo di comunicazione tenda a generare timori sulla propria capacità di manipolare il pubblico. Nel caso dei social, secondo Acerbi, il dibattito si è concentrato su tre convinzioni: che la disinformazione sia molto diffusa, che circoli meglio delle informazioni vere e che sia capace di modificare in modo significativo idee e comportamenti. Le ricerche presentate invitano però a ridimensionare tutte e tre: l’esposizione alle fake news risulta generalmente limitata e molto concentrata su pochi utenti, mentre alcuni studi molto citati sulla loro maggiore capacità di diffusione confrontano notizie smentite e confermate, non l’intero universo dell’informazione falsa e vera.
Questo non significa, ha precisato Acerbi, che la disinformazione non esista o sia sempre innocua. Proprio perché meno vincolata alla realtà può essere costruita sfruttando elementi cognitivamente attraenti, come negatività, minacce e disgusto, e spesso rafforza convinzioni già presenti. Ma le persone tendono anche a sopravvalutarne gli effetti sugli altri: il cosiddetto “effetto terza persona” è uno dei fattori più strettamente associati alla percezione della disinformazione come problema enorme. Insistere su questa narrazione può avere conseguenze indesiderate, dal calo di fiducia nei media e nelle istituzioni fino alla ricerca di soluzioni semplici (censura, restrizioni, interventi tecnici) per problemi sociali e culturali molto più complessi. Il rischio, in altre parole, è che la paura delle fake news diventi essa stessa una forma di tecnopanico.
Introduce e anima Christian Biasco
Venerdì 2 ottobre 2026, ore 16.00
Aula magna USI, Lugano